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Pasquale Vallone, Un inno alla cultura della terra natia.

Brattirò - 8 Giugno 2009

Aurelio Rombolà, Pasquale Vallone, Pasquale Pandullo, Francesca Rita Rombolà, Don Giuseppe Furchì

Foto: Ferdinando Bombai

Il medico-scrittore presenta i suoi due affascinanti volumi

Pasquale Vallone, medico di Brattirò, studioso, socio fondatore dell’Accademia degli affaticati (promotrice del famoso “Premio letterario Tropea”) è anche uno scrittore, uno scrittore animato da una sola passione, un unico amore, la sua terra. Un passione che descrive nel migliore dei modi nei suoi due libri, “I Santi Medici Cosma e Damiano a Brattirò” e “ Il recupero della memoria, gli usi, i costumi e la lingua del territorio brattiroese”, presentanti sabato pomeriggio, nella sede dell’associazione culturale “Enotria” di Brattirò. Presenti all’iniziativa anche Pasqualino Pandullo, noto giornalista del Tg3 in qualità di moderatore, il sindaco di Drapia Aurelio Rombolà, don Giuseppe Furchì parroco del paese e Francesca Rombolà, giovane scrittrice e poetessa.

Pasquale Vallone

Una presentazione che, grazie al pathos suscitato dalle parole del dottor Vallone e al numeroso pubblico accorso, ha preso subito la forma di una conferenza, di un dibattito.

Copertina libro I Santi Medici Cosma e Damiano. Storia, Culto e Tradizione.

«Il libro “I Santi Medici Cosma e Damiano a Brattirò ” - hanno spiegato l’autore e don Giuseppe Furchì, relatore dell’evento – mette in evidenza tre profili ben distinti, la storia, la tradizione e il culto dei santi medici a Brattirò. Un libro che fa un dettagliato excursus storico, partendo dalla loro nascita in Cilicia, una terra pagana, fino al loro martirio. Particolare attenzione viene data alla diffusione del loro culto in Italia, soprattutto a Roma e poi a Brattirò avvenuta grazie all’arrivo dal Medio Oriente, dei monaci Basiliani che per sottrarsi alla persecuzione araba, cercarono rifugio nei nostri territori”. I santi medici Cosma e Damiano rappresentano infatti un punto di incontro e di unione importante fra la chiesa cattolica romana d’occidente e la chiesa ortodossa d’oriente. «Ho scritto questo libro – ha spiegato l’autore – per analizzare e capire come mai c’è questo attaccamento e questa devozione così forte nel nostro paese per i due Santi medici, un attaccamento sentito anche dai paesi vicini, che a volte può sembrare finto, morboso, di facciata, ma che invece ha radici forti e una fede vera, profonda». Nel testo viene dato spazio anche alla descrizione delle feste religiose, dei luoghi di culto dei due martiri in Italia e in Europa, sono riportati canti e litanie antiche e moderne.

Copertina Il Recupero della Memoria di Pasquale Vallone

Il recupero della memoria, gli usi, i costumi e la lingua del territorio brattiroese ” è invece un libro pieno di modi di dire, proverbi, foto, un libro che sottolinea l’importanza della tradizione linguistica grazie anche all’abilità dell’autore di creare un vero e proprio dizionario brattiroese- italiano, presente nel libro, con più di 8.000 voci. «Un testo che analizza la lingua, – ha spiegato Francesca Rombolà – il nostro dialetto che, rappresenta le nostre radici, il nostro cuore. Con questo libro si vuole portare avanti la nostra tradizione culturale, far conoscere alle generazioni future i nostri usi, i costumi, i personaggi tipici del nostro paese, il nostro territorio». La presentazione si è conclusa con la recita di detti e proverbi brattiroesi. Due libri molto diversi tra loro, ma che sono uniti da un unico filo comune, il legame e l’amore dell’autore per la sua terra natìa.

Tania Ruffa - Calabriaora - Lunedì 9 giugno 2008

Intervista all'Autore

Pasquale Vallone

Come è nata l’idea?
Il bisogno di spiritualità e insito nell’uomo a prescindere dalla religione che egli professa. Si è voluto con questa ricerca mettere in risalto e valorizzare le nostre radici cristiane sostenute dalla fede e dalla profonda e tenace devozione che da sempre i cittadini di Brattirò e del circondario hanno verso i Santi Medici Cosma e Damiano. La tecnologia ha migliorato le condizioni materiali di vita dei popoli e apparentemente più niente può interessare oltre a vivere comodamente e agiatamente; ma si avverte in ogni essere razionale la necessità impellente di rivolgersi al Divino e soprattutto ai Santi che sono i mediatori per l’uomo. Centinaia di generazioni si sono susseguiti dal tempo in cui Cosma e Damiano vissero, ma la loro spirituale presenza è sempre viva e reale per le persone che ne invocano, ora, e credo per sempre la loro intercessione presso Dio.


Quanto tempo ha impiegato a scriverlo?

La realtà di fronte a cui mi sono trovato è semplice: cercare di capire e di rendermi conto come il culto di due sventurati fratelli, vissuti 43 anni nella lontana odierna Turchia 1700 anni fa, è arrivato in occidente, a Roma e a Brattirò. Il percorso è lungo e ci sono arrivato per deduzione approfondendo la Storia Romana, la Storia Bizantina, la Storia del Cristianesimo, la Letteratura Cristiana Antica, gli Atti degli Apostoli, gli Atti dei Santi, la Vita dei Papi (ne
vengono citati dodici) e documenti della parrocchia e della curia. Per tutto questo ho impiegato circa un anno sottraendo ore al mio lavoro di medico di base, che inizia senza posa alle ore 7.30 e finisce alle ore 20.00 perché esercito a Brattirò, Caria, Drapia, Ciaramiti, Tropea, S. Domenica e S. Nicolò di Ricadi, Parghelia, Vibo Valentia. Ho lavorato nelle giornate festive e la notte. Sono tenace, determinato, testardo, volenteroso e nulla mi ferma se non la
cattiva salute.


E’ stato a Roma per la ricerca, e perché il Papa Felice IV volle dedicare la Basilica ai Santi Medici?

No. Ma conosco abbastanza bene la Basilica di Via dei Fori Imperiali. Ho studiato all’Università di Roma dal 1964 alla Laurea (1970) e “quasi” ogni domenica andavo in questo luogo sacro avvertendo ogni volta dentro di me una magia che ti conquista. Dopo il conseguimento della Laurea è stata sempre una tappa obbligata in ogni mio ritorno a Roma. Questa Basilica l’ha voluta costruire Papa Felice IV (526‐530) 54° Pontefice che era un diacono del Sannio e volle dedicare questa Chiesa ai Santi Medici scegliendo il centro di Roma, il Foro Romano e in esso la Via Sacra (oggi Via dei Fori Imperiali). Perché il Papa il cui obiettivo era quello di fare “proseliti” scelse di dedicare la Chiesa ai Santi Medici Cosma e Damiano?
  1. Perché li vicino c’era la Biblioteca dove aveva insegnato Galeno (diremmo oggi la Facoltà di Medicina) e i Santi Cosma e Damiano erano Medici. Galeno è Stato uno dei più grandi medici dell’antichità. Nato a Pergamo nel 130, morì nel 200 a Roma. Fu medico della corte imperiale e fu il primo che razionalizzò gli studi della medicina fino allora empirici intuendo il rapporto tra il sintomo e la malattia, cioè se hai tosse sei ammalato nei bronchi, se hai diarrea sei ammalato nell’intestino.
  2. Li vicino c’era il Tempio dei Dioscuri Castore e Polluce, l’uno domatore di cavalli e l’altro pugile che avevano seguito Giasone nel suo viaggio in Argolide alla conquista del Vello d’oro. Il Papa voleva sostituire al culto di due gemelli pagani (Castore e Polluce) il culto di due gemelli cristiani, Cosma e Damiano.
  3. C’erano a Roma molti immigrati del Medio Oriente e portando il culto di due santi orientali intendeva avvicinare questa gente alla religione cristiana.
  4. Dopo la caduta dell’Impero Romano e la divisione in Impero Romano d’Oriente e d’Occidente, quello d’Oriente era in fase di espansione in Occidente e portando  il  culto di due santi orientali il Papa voleva accattivarsi le simpatie dell’Impero di Bisanzio.
  5. Il Papa Felice IV era amico dell’Imperatore Teodorico che con la figlia Amalasunta dalla corte gotica di Ravenna aveva favorito l’elezione del Papa e gli aveva regalato il sito per costruire la basilica dei Santi Medici che era il vestibolo del Tempio di Romolo Augustolo, ultimo imperatore romano d’Occidente. E quindi intendeva gratificare Teodorico, l’imperatore degli Ostrogoti che aveva una vera e propria ammirazione per la Romanità, infatti soleva sempre dire “Un vero Goto desidera essere come un Romano, ma solo un povero Romano desidererebbe essere come un Goto.”


Ha scoperto qualcosa di nuovo in relazione al Martirio e alla loro Vita?

Martiri (gr: martir = testimone)sono quei cristiani che hanno testimoniato con le torture la propria fede e con il martirio il discepolo è reso simile al Maestro. Per l’autenticità del martirio c’era una procedura per riconoscere la validità dell’attribuzione del titolo che veniva assegnato mediante un decreto (Vindicatio) di cui non restano documenti. Il culto per i martiri si manifestò con la cura del sepolcro e la celebrazione liturgica delle reliquie. In origine furono definiti Martiri gli apostoli, poi tutti quelli che diedero prova di fede a costo della propria vita. Cosma e Damiano sono figure di Santi lontani nel tempo. Non ci sono fonti classiche, bibliche o storiche che ci parlano della loro vita. Furono medici “anargiri” cioè senza argento, ossia senza denaro, non che fossero dei morti di fame, ma nel senso che curavano le persone nel corpo e nello spirito senza chiedere compenso alcuno. Ci hanno dato un esempio di amore e di carità cristiana fino all’estremo sacrificio e ci lasciano un messaggio indelebile anche perché i Santi, ma tutti i Santi, sono i personaggi di un incontro devozionale e soprattutto spirituale che tutti possono avere e non dobbiamo vedere in loro dei distributori di miracoli da tenere in conto in caso di necessità e di difficoltà. Cosma e Damiano ci lasciano questo Messaggio : Sono il simbolo della fraternità spirituale che unisce l’Oriente e l’Occidente, offrono un messaggio di unità cristiana e di ecumenismo e costituiscono un ponte ideale fra la chiesa orientale che li vide nascere, crescere, esercitare il loro apostolato e martiri e la chiesa latina che custodisce le loro ossa, a loro chiediamo la salute dell’anima e del corpo perché i santi sono “QUANTUM DE SUA FELICITATE SECURI, TANTUM DE NOSTRA SALUTE SOLLECITI”.


Lo considera un libro riuscito?

Lo scopo prefisso era quello di capire come il culto dalla lontana Egea, in Cilicia, corrispondente alle odierne provincie turche di Adana e Icel, ove nacquero nel 260 dell’era cristiana, è arrivato a Brattirò e dimostrare perché il culto è da sempre così radicato nel nostro territorio e nel nostro circondario e credo che questo sia stato esaudito. Il movente dello scritto è stato la mia profonda fede e devozione verso i Santi Medici e la richiesta pressante dei miei concittadini di acquisire cognizione e sotto questi aspetti il libro ha avuto la soddisfazione dell’autore e la rilevante e considerevole accoglienza della gente.

E’ un atto di amore verso la terra natia o qualcosa di più: un atto di devozione?

Tutte e due le cose. Un atto di amore perché mi ha consentito di scrutare nel passato del territorio e tracciare, quantum possit, un poco di storia del medesimo e certamente un profondo e sentito atto di devozione da sempre presente e radicato nella mente mia e di ogni cittadino di Brattirò e del circondario. Da bambini si aspettava la festa per la fiera mercato e poco ce ne fregava del culto, ma le nostre mamme ci portavano in Chiesa, sia durante la novena che nei giorni dei festeggiamenti civili e religiosi. E ho di quegli anni (erano gli anni cinquanta) un ricordo di immagini scioccanti. Vedevo pellegrini provenienti soprattutto da Zungri e da S. Ferdinando che arrivati sul sagrato si mettevano ginocchioni e ponevano una corona di spine (spalassi) che tiravano da un sacco, sulla testa, procedevano verso l’altare sgranando un rosario. Arrivati davanti alle statue dei Santi Cosma e Damiano avevano sangue alle ginocchia e sangue scendeva dalla fronte e dalla testa, frammisto alle lacrime che scendevano copiosamente dagli occhi e non erano lacrime per il dolore fisico! Pensando alla devozione che anima e incoraggia i pellegrini ho voluto dare una testimonianza di amore e di fede. E di sentimenti che pervadono le menti di noi tutti alle ore 10.30 del 27 settembre di ogni anno quando le statue dei Santi Medici vengono portate sul sagrato per la Santa Messa, io ne ho citati 42 mettendo puntini sospensivi …


Quand’e’ nata la festa dei due Santi a Brattirò?

Si può dire che è nata con la formazione del paese, da sempre! Verso il 500, cioè 1500 anni fa, c’erano degli agglomerati urbani che costituivano le Grange (granaio) in località tutt’ora esistente attorno al borgo di Brattirò. Qui vivevano famiglie di contadini che coltivavano i terreni. Nelle Grange giunsero in quegli anni i monaci Basiliani, seguaci di San Basilio, Padre e Dottore della Chiesa, la maggior parte arrivavano dalla Sicilia, spinti dall’avanzata araba, si posizionarono nelle Grange dove c’era un pezzo di terra da coltivare, magari vicino ad una fiumarella per attingere l’acqua, e dove c’era una radura da poter costruire i loro monasteri. Di monasteri Basiliani (certo non costruiti in cemento!) ve n’erano circa 400 in Calabria, 40 nella zona del Poro e 5 nella massa di Tropea. Questi monaci portavano il loro bagaglio culturale, i loro testi sacri, le loro icone ovviamente immagini di Santi orientali e legarono subito con le genti delle Grange che loro istruivano e curavano. Vivevano questi monaci in tre modi: come Eremiti, come Cenobiti e nella Laura o Lavra. Dopo l’anno 1000 ci fu la decadenza del monachesimo Basiliano perché i Normanni crearono i superiori dei conventi Archimandriti (capo del gregge), che divennero vassalli e opprimevano i contadini delle Grange. Allora Brattirò contava circa 300 anime, troppo poche e troppo miseri perché ci fosse la Parrocchia. Ma per non perdere il culto dei Santi Medici i brattiroesi “ingaggiavano” preti viaggianti che venivano da Tropea o da Mileto e dopo il rito e/o le funzioni religiose tornavano nella loro sede con il loro tabernacolo in legno sulle spalle contenente le sacre ostie: nasce da ciò il detto “Era u tempu di canonici i lignu”. Poi fu creata la parrocchia (1700 c.a.) attorno alla chiesetta dedicata ai Santi medici in località “Santicocimeu” con i fedeli di Brattirò e delle Grange alle cure di un parroco. La festa si svolgeva attorno a questa chiesetta gestita fino ai primi anni del 1900 dai preti di Tropea sempre in disaccordo con i cittadini di Brattirò che ne rivendicavano l’autonomia e il diritto. Ci fu poi un compromesso, cioè in ambio dell’autonomia nella gestione della festa dei Santi Medici si cedette a una chiesa di Tropea la statua di Santo Stefano, ciò pesò molto ai Brattiroesi perché è vero che i Santi Cosma  Damiano erano martiri, ma è pur vero che l’emblema dei Santi Martiri è Santo Stefano, il primo martire cristiano. Era diacono a Gerusalemme, dove fu lapidato nel 33 d.c. perché accusato ingiustamente dal Sinedrio di avere bestemmiato Dio e Mosè.


I due Santi hanno influenzato la cultura locale?

Certamente, e sotto tanti aspetti. Il culto dei Santi Medici è talmente sentito e radicato che per suo deferente amore accomuna tutti i cittadini di Brattirò che lasciano da parte beghe di carattere personale, sociale, politico. Pertanto il culto pone tutti i cittadini di Brattirò in perfetta armonia e in piena concordanza e sintonia. La cultura è arricchimento dello spirito con l’applicazione della mente e l’acquisizione di idee, concetti, conoscenze, sapere, è il complesso delle tradizioni artistiche, storiche, di pensiero e di costume proprie di un’epoca, di un popolo, di un tessuto sociale, di un ambiente. E noi siamo tutti più ricchi nell’animo e nello spirito. Ho voluto dedicare questo libro alla memoria di tutti i brattiroesi scomparsi, che durante la loro vita hanno sempre avuto una fede profonda e una particolare devozione nei Santi Medici Cosma e Damiano.


Ci sono collegamenti col secondo libro che ha scritto, cioè “Il recupero della memoria”?

I collegamenti sono evidenti e nascono essenzialmente dal mio desiderio e dall’ansia di descrivere la civiltà contadina del mio paese e il legame con il culto immenso verso i Santi Medici. Si fa risaltare il culto della tradizione essendo la trasmissione di un qualsiasi elemento della cultura di un popolo da una generazione all’altra, ossia il complesso di tutto ciò che viene tramandato per lo più oralmente ma anche praticamente con particolare riguardo al costume e alla religione. Si vuole far rivivere (è un monito a non dimenticare!) la civiltà contadina nei suoi molteplici aspetti nei confronti della incalzante civiltà consumistica. Non si vuole far provare sentimenti nostalgici, ma solo far conoscere quel mondo povero ma ricco di valori nella sua semplicità. Siccome i depositari di questa cultura sono rimasti solo gli anziani, si intende recuperare le tradizioni per fare conoscere alle generazioni future, i sacrifici, la semplicità, la dignità, la ricchezza di valori, le virtù del mondo dei nostri padri. La civiltà moderna, urbana e borghese, con le sue alienazioni, con la sua incomunicabilità, con la sua povertà di valori, non può cancellare quel mondo. Tutto è tanto nasce dal dolore, dal benessere nasce solo il vizio.


Come considera il dialetto calabrese e in esso il Vernacolo?

Il Vernacolo (dal latino: vernaculus=domestico, da verna=schiavo nato in casa) è la parlata propria di un paese nelle sue particolarità locali che la differenziano dal dialetto cui appartiene. Il linguaggio calabrese è un vocalizzo semantico che cioè studia il significato delle parole, non dal punto di vista formale perché non ha grammatica in quanto è più parlato che scritto forse per mancanza di una cultura unica che non ha permesso la nascita di una lingua certificabile letteralmente. Si trasmette per lo più oralmente, si ingemma e prende spunti dagli idiomi dei popoli che si sono insediati nella nostra regione. Gli usi e i costumi del nostro territorio hanno profonde radici storiche e la lingua dialettale risente delle dominazioni straniere.


Qual’è il fine di questo libro?

Il fine di questo libro sta nel volere salvare o ritrovare un mondo che si è perso, una civiltà contadina soffocata dal consumismo che è la divinità volgare del nostro tempo. Vuole essere un monito e uno sprone alle generazioni di oggi e a quelle future a non dimenticare ma a conservare e tramandare la succinta memoria dei padri.


Cos’è per lei il dialetto?

Direi meglio cosa NON è il dialetto e riflettendo direi che il dialetto NON è una questione di ordinaria cafonaggine, il dialetto NON è un indice di sottocultura, il dialetto NON è un indice di sottosviluppo, il dialetto NON è la lingua della vergogna; il dialetto E’ la lingua delle radici, il dialetto E’ la lingua della memoria, il dialetto E’ la lingua del cuore.
Perché ha scritto questo libro?
Ritengo che non dobbiamo mai dimenticare le nostre origini, ma cercare di valorizzare e mettere in risalto quelle che sono le cose buone e allora, convinto che se perdiamo la nostra cultura perdiamo noi stessi, perdiamo la nostra identità e convinto che bisogna mantenere viva la spiritualità dell’antica cultura, ho raccolto quanto stava nell’aria e il vento della modernità stava spazzando via.

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